
Una semplice marachella digitale o un capriccio della Generazione Z? Domande che ci poniamo sull’ormai celebre brain rot, letteralmente “marciume cerebrale”, e che indica la sensazione di stanchezza mentale e il calo di attenzione causati da un consumo eccessivo di contenuti digitali banali, ripetitivi o del tutto privi di senso presenti sui social media. Allora forse una lobotomia silenziosa e volontaria?
Ogni volta infatti che trasciniamo il dito sullo schermo dello smartphone per vedere un altro video di quindici secondi, non stiamo solo perdendo tempo. Stiamo spegnendo le luci della nostra attenzione. Per anni i media hanno liquidato il fenomeno come un banale calo di concentrazione da iper-stimolazione. Un errore di lettura. La realtà invece è molto più sottile e inquietante: ci stiamo anestetizzando. Perché come dimostrano le evidenze scientifiche, oltre il rumore che caratterizza il nostro tempo, stiamo generando un’anestesia cognitiva.
Una recente review sistematica pubblicata sulla rivista Brain Sciences ha dimostrato che un’esposizione continua a contenuti digitali poveri di senso non si limita a stancarci. Crea un vero e proprio sovraccarico cognitivo. I contenuti frammentati di cui usufruiamo spezzano la linea del pensiero logico e la ripetizione ossessiva riduce la nostra capacità di pianificare a lungo termine. Induce, inoltre, desensibilizzazione, cosa che ci rende incapaci di elaborare le emozioni profonde.
Non è solo una questione di ore passate online. È il veleno della qualità e della modalità dell’informazione che quotidianamente consumiamo. Un flusso continuo di input leggeri e urlati che distrugge la nostra memoria di lavoro. E che diventa la droga invisibile dei circuiti di ricompensa del nostro cervello.
Accanto a questo studio c’è anche un secondo pilastro scientifico che inchioda le nostre abitudini digitali. Una ricerca pubblicata sul Cureus Journal of Medical Science mostra come l’uso intensivo dei social media attivi gli stessi identici circuiti cerebrali della dipendenza da sostanze.
In questo scenario entra in gioco il doomscrolling: l’azione di scorrere in modo ossessivo e compulsivo pagine di siti web, feed di notizie o social network alla ricerca di cattive notizie, eventi catastrofici o contenuti angoscianti, anche se si prova ansia o malessere. Scorrere le notizie peggiori, le tragedie, gli allarmi del mondo non va derubricato a un passatempo masochista: è una stampella emotiva a basso costo cognitivo in cui il cervello cerca rifugio con un’attivazione facile.
Questo determina una regolazione artificiale dove il dolore è utilizzato “in pillole” per calmarci, creando così un circolo vizioso in cui più scrolliamo per calmarci, più ci ammaliamo di ansia.
Un meccanismo questo che produce un adattamento disfunzionale perché il brain rot non è una malattia aliena, ma il modo in cui il nostro cervello cerca di sopravvivere a un mondo digitale sovraccarico di stimoli. È una sorta di guscio vuoto in cui ci rifugiamo e proviamo a difenderci, spegnendo però la capacità di scegliere, di fermarci, di annoiarci.
Ma così facendo, evitando il dolore e la fatica del pensiero critico, spegniamo anche noi stessi. Riconoscere questa forma di anestesia è il primo passo per tornare a sentire e vivere con maggiore consapevolezza la nostra era, in cui il rischio di impoverire le nostre capacità cerebrali e funzioni cognitive diventa sempre più incombente.
Lo studio sul “Brain Rot” e il sovraccarico cognitivo
La review sistematica citata, che analizza l’impatto dei contenuti digitali a bassa complessità su sovraccarico cognitivo, desensibilizzazione emotiva e funzioni esecutive, è “Demystifying the New Dilemma of Brain Rot in the Digital Era: A Review”, pubblicata su Brain Sciences.
Consulta lo studio completo su MDPI - Brain Sciences
Lo studio sui circuiti di ricompensa e i social media
L’analisi neurofisiologica che evidenzia come l’uso intensivo delle piattaforme digitali attivi pattern cerebrali sovrapponibili a quelli delle dipendenze da sostanze è “Modern Day High: The Neurocognitive Impact of Social Media Usage”, pubblicata su Cureus.
Leggi l’articolo scientifico integrale su Cureus Journal of Medical Science
